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l’ansia del tutto esaurito

Cari amici, c’è un’osservazione che ritorna con una regolarità quasi rituale nei commenti alle mie riflessioni. Viene espressa con un realismo disincantato che pretende di chiudere ogni discussione: le chiese sono vuote, il messaggio non funziona, la religione ha fallito. La diagnosi si fonda sempre sul medesimo confronto, un passato ricordato come pieno e un presente percepito come spoglio. Da questo dato numerico si deduce che qualcosa abbia smesso di funzionare, legando il giudizio di verità alla quantità della partecipazione.
Il cambiamento è reale e negarlo sarebbe poco serio. Chi ha vissuto certi anni ricorda chiese gremite, soprattutto nella notte di Natale, con persone in piedi in ogni spazio disponibile. Oggi, nella stessa notte, ci si considera fortunati se i banchi sono occupati. Il punto decisivo risiede nel modo in cui si interpreta tale calo, piuttosto che nel semplice riconoscerlo.
Sempre più spesso la spiegazione proposta appare sorprendentemente elementare, valutando la Messa come un evento o un prodotto culturale. Se non attrae, se non coinvolge, se non trattiene, allora avrebbe fallito. In questa prospettiva il culto viene giudicato con i criteri di un programma televisivo, dove la riuscita è misurata dallo share. Si tratta di uno slittamento silenzioso e profondo, dove la Messa smette di essere ciò che è e diventa, nello sguardo di chi giudica, uno spettacolo riuscito o mancato.
Il segnale più evidente di questa trasformazione è il cambiamento del linguaggio. Al posto di termini come verità, adorazione, mistero o sacrificio, entrano in scena parole quali pubblico, interesse, capacità comunicativa e consenso. Quando cambia il vocabolario, cambia inevitabilmente anche la fede che lo abita, non per dichiarazioni ufficiali, quanto per abitudine mentale.
Questa mentalità nasce dentro una cultura che misura tutto in termini di visibilità, crescita e rendimento. È una logica profondamente segnata dall’ideologia capitalista, applicata a un ambito che le è del tutto estraneo. Il cristianesimo non è mai cresciuto per attrazione spettacolare e il Vangelo stesso parla di una porta stretta, non di folle garantite. Il Regno di Dio procede per profondità, non per occupazione dello spazio.
Attribuire il calo alla mancanza di capacità attrattiva risulta psicologicamente rassicurante. Sposta la responsabilità all’esterno, evita il confronto personale e permette di restare spettatori critici. È molto più semplice sostenere che la Messa non funzioni piuttosto che interrogarsi sul rapporto reale che si ha con la fede. In questo modo il problema viene esternalizzato e l’io resta al riparo da domande scomode.
Si aggiunge spesso la confusione tra partecipazione e stimolazione emotiva. Partecipare viene inteso come il sentirsi continuamente coinvolti o sollecitati, dimenticando che il rito educa nel tempo. Il culto non intrattiene, forma; non cerca l’eccitazione, plasma la memoria. Chiede fedeltà invece di un entusiasmo momentaneo.
Dentro questo quadro si comprende il fraintendimento che ha accompagnato alcune mie recenti riflessioni, in particolare riguardo all’uso del verbo “rimettere” riferito a Papa Leone XIV. Per alcuni è diventato un giudizio sul pontificato di Papa Francesco, per altri il segnale di un ritorno anacronistico a epoche passate. Questa lettura rivela esattamente il meccanismo ideologico che cerco di descrivere.
Non è in discussione Papa Francesco né il suo magistero. Ridurre il discorso a un confronto tra papi significa cadere nella medesima logica che si vorrebbe denunciare. Il punto centrale riguarda l’uso mondano delle figure ecclesiali come simboli da spendere nel dibattito pubblico, come marchi identitari da difendere o attaccare a seconda delle convenienze.
Negli anni passati una parte consistente del mondo mediatico ha trasformato il Papa in un riferimento simbolico utile a sostenere una certa narrazione della Chiesa, agendo per interesse invece che per amore della fede. Quando una figura ecclesiale diventa un brand, viene inevitabilmente piegata alle logiche del consenso e della contrapposizione. Si tratta di una strumentalizzazione sottile che nulla ha a che fare con la comunione ecclesiale o con una visione soprannaturale della storia.
Oggi ciò che disorienta molti non è un cambiamento di direzione della Chiesa, quanto la perdita di un simbolo facilmente spendibile. Papa Leone XIV non si presta a letture ideologiche, non alimenta narrazioni mondane e non offre appigli a chi misura tutto in termini di approvazione. Da qui nasce l’insistenza sul calo di consenso o sulla perdita di appeal. È la stessa logica che giudica la Messa dal numero dei presenti.
L’ansia di riempire lo spazio a ogni costo ha portato spesso a inventare nuove formule per attirare spettatori, rischiando di smarrire il centro. Nel tentativo di rendere la Chiesa competitiva in un mercato che non le appartiene, se ne perde l’identità autentica. La verità non si decide per applauso e la fede non è mai stata una questione di statistiche.
Il problema reale riguarda lo sguardo che osserva i banchi vuoti come se fossero le poltrone di un teatro. Finché non si corregge questa prospettiva, ogni analisi resterà parziale e ogni novità sarà solo un tentativo di adattamento a criteri estranei. La Messa non deve vincere una gara. Deve dire la verità, anche quando è esigente, anche quan