Ciclicamente, qualcuno riscopre il diavolo. Lo fa il cinema, lo fanno i talk show, lo fanno – con esiti spesso imbarazzanti – certi ambienti ecclesiali che oscillano tra due errori speculari: da una parte la riduzione del Maligno a metafora sociologica del male, dall’altra un demonismo ossessivo che vede possessioni ovunque e trasforma la fede in superstizione. Il Magistero della Chiesa, invece, su questo punto è di una sobrietà quasi disarmante.
Il dato di fede: una creatura, non un anti-Dio
Il Catechismo della Chiesa Cattolica affronta la questione nei numeri 391-395, all’interno della trattazione sul peccato originale. La dottrina afferma che dietro la scelta disobbediente dei progenitori «c’è una voce seduttrice, che si oppone a Dio» (CCC 391). La Chiesa insegna che il diavolo e gli altri demoni sono stati creati da Dio naturalmente buoni, ma sono diventati malvagi da se stessi, con una scelta libera e irrevocabile. È la definizione del Concilio Lateranense IV (1215), che il Catechismo riprende alla lettera: il male non ha una sostanza propria, non esiste un principio malvagio coeterno a Dio. Il dualismo manicheo è escluso in radice.
Due precisazioni del Catechismo meritano attenzione, perché smontano tanto il panico quanto lo scetticismo. La prima: la potenza di Satana «non è infinita» (CCC 395). È una creatura, potente in quanto puro spirito, ma creatura: non può impedire l’edificazione del Regno di Dio. La seconda, al n. 2851, a commento dell’ultima domanda del Padre Nostro: il male di cui si chiede la liberazione non è un’astrazione, ma indica una persona, Satana, l’angelo che si oppone a Dio. Chi liquida la demonologia cattolica come residuo medievale deve fare i conti con il fatto che essa sta scritta, nero su bianco, nel catechismo promulgato da san Giovanni Paolo II nel 1992.
A questo si aggiunge la prassi: il Catechismo tratta dell’esorcismo al n. 1673, distinguendo con cura l’esorcismo maggiore – riservato al presbitero autorizzato dal vescovo – dai casi di malattia psichica, la cui cura «rientra nella competenza della scienza medica». Prima di celebrare un esorcismo, insegna la Chiesa, occorre accertarsi che si tratti realmente di presenza del Maligno e non di patologia.
Paolo VI, 1972: il testo che nessuno ha mai superato
Il documento magisteriale moderno più citato – e più frainteso – resta l’udienza generale di san Paolo VI del 15 novembre 1972. Montini, che pochi mesi prima (29 giugno 1972) aveva pronunciato la celebre espressione sul «fumo di Satana» entrato nel tempio di Dio, dedicò un’intera catechesi alla difesa dal Maligno. Il male, disse, non è soltanto una deficienza, ma un’efficienza: «un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore». Terribile realtà, misteriosa e paurosa. E aggiunse che esce dal quadro dell’insegnamento biblico ed ecclesiastico chi si rifiuta di riconoscerla esistente, o ne fa un principio a sé stante, o la spiega come una pseudorealtà concettuale delle nostre disgrazie.
Era una risposta diretta al clima teologico dell’epoca. Nel 1969 l’esegeta Herbert Haag aveva pubblicato Abschied vom Teufel («Congedo dal diavolo»), sostenendo che Satana fosse un semplice simbolo del peccato. La replica del Magistero arrivò anche per via dottrinale: nel 1975 la Congregazione per la Dottrina della Fede fece pubblicare lo studio Fede cristiana e demonologia, che riafferma l’esistenza personale del demonio come dato costante della coscienza ecclesiale, radicato nella Scrittura – dalle tentazioni di Gesù nel deserto agli esorcismi evangelici – e nella prassi liturgica, a partire dalle rinunce battesimali. Un documento tecnico, poco citato, ma tuttora il punto di riferimento dottrinale sulla materia.
Giovanni Paolo II e la battaglia
Wojtyła riprese il tema nelle catechesi sugli angeli dell’agosto 1986, dedicando due udienze alla caduta degli angeli ribelli: il peccato di Satana consiste nel rifiuto della verità su Dio, condensato nel «non serviam». E nel maggio 1987, pellegrino al santuario di San Michele sul Gargano, ricordò che la lotta contro il demonio è attuale oggi come alle origini, perché il diavolo è tuttora vivo e operante nel mondo. Fu sotto il suo pontificato, nel 1999, che venne promulgato il nuovo rito degli esorcismi, il De exorcismis et supplicationibus quibusdam, che aggiorna il Rituale Romano del 1614 rafforzando proprio i criteri di discernimento tra fenomeno demoniaco e disturbo psichico.
Benedetto XVI mette in guardia dal demonio
Già negli anni Settanta, da professore, Ratzinger intervenne nel dibattito aperto da Haag con pagine severe, poi confluite in Dogma e predicazione: congedare il diavolo, osservava, significa congedare un pezzo del Vangelo, perché la figura del tentatore non è una scoria culturale semitica di cui la fede possa liberarsi senza perdere se stessa. Il demonio, per Ratzinger, non è una “persona” nel senso pieno che la parola ha per l’uomo – è piuttosto la dis-integrazione, la dissoluzione dell’essere persona – ma è una potenza reale e non un simbolo.
Da Papa tornò sul tema nel primo volume di Gesù di Nazaret (2007), sia nel capitolo sulle tentazioni nel deserto sia nel commento al Padre Nostro. Lì Benedetto XVI nota che il «liberaci dal male» dell’ultima petizione può essere letto al neutro o al maschile – il male o il Maligno – e che la tradizione ha visto giustamente nell’espressione il riferimento personale: le tentazioni di Gesù mostrano un avversario che non propone il male in forma grossolana, ma travestito da bene, fin da apparenti argomenti scritturistici. È la cifra ratzingeriana della questione: il demonio come menzogna intelligente, non come folclore.
Colpisce, col senno di poi, che l’ultima catechesi “ordinaria” del suo pontificato – l’udienza generale del 13 febbraio 2013, Mercoledì delle Ceneri, due giorni dopo l’annuncio della rinuncia – fu dedicata proprio alle tentazioni di Gesù nel deserto: il nucleo di ogni tentazione, spiegò, è mettere da parte Dio, strumentalizzarlo per i propri interessi, dare al proprio io il posto che spetta a Lui. Benedetto XVI si congedò dai fedeli parlando del tentatore. Difficile immaginare un sigillo più eloquente.
Leone XIV e la predicazione sul diavolo
Nel settembre 2025, rivolgendosi agli esorcisti riuniti a Sacrofano per il convegno dell’Associazione Internazionale Esorcisti, ha definito quello dell’esorcista un ministero delicato ma quanto mai necessario, da vivere «come ministero di liberazione che di consolazione», accompagnando i fedeli realmente posseduti dal Maligno con la preghiera, perché mediante il sacramentale dell’esorcismo il Signore conceda la vittoria su Satana. Si noti l’aggettivo: realmente posseduti. È la stessa cautela del Catechismo – il discernimento prima del rito – unita alla stessa serietà dottrinale.
E all’Angelus della I Domenica di Quaresima, il 22 febbraio 2026, il Pontefice ha commentato il Vangelo di Gesù tentato dal diavolo nel deserto: Cristo, resistendo al demonio, mostra come vincerne gli inganni e le insidie, e la Quaresima – con preghiera, digiuno ed elemosina – diventa l’itinerario in cui rinnovare la cooperazione con il Signore. Nessuna concessione al sensazionalismo, nessuna rimozione: il registro è quello, costante, del Magistero.
Né mito né ossessione
I documenti e il Magistero raccontano una dottrina coerente da otto secoli: il diavolo esiste, è una creatura spirituale decaduta per libera scelta, la sua potenza è reale ma limitata, la sua sconfitta è già decisa nella Pasqua di Cristo. La Chiesa non ha mai fatto del demonio il centro della predicazione – il centro è Cristo, «apparso per distruggere le opere del diavolo» (1 Gv 3,8) – ma non ha mai accettato di espungerlo dal deposito della fede per compiacere lo spirito del tempo. Questa è la tentazione di qualche “teologhessa”.
Il credente, insegna il Catechismo, non deve né ignorare il Maligno né temerlo oltre misura: la vita cristiana è un combattimento, ma un combattimento già vinto. Chi predica un diavolo onnipotente tradisce la fede quanto chi lo dichiara defunto. In mezzo, sobria e documentata, sta la dottrina cattolica. Come sempre, basterebbe studiarla e aderirvi con fedeltà.
p.F.B.

